2014/03/15 - Franco Boggero, eccezionalmente a Roma con 'Arnesi per fare musica'
FRANCO BOGGERO, insieme a Marco Spiccio al pianoforte, sabato 15 marzo 2013 alle ore 21:30, sarà in via eccezionale al Teatro Arciliuto di Roma con lo spettacolo 'Arnesi per fare musica'.
Franco Boggero, vive a Genova, dove è nato nel 1953 e dove ha cambiato spesso casa. Storico dell’arte, lavora in Soprintendenza dal 1981 e si occupa del Ponente ligure: ha scritto di pittura, scultura lignea, argenteria, apparati effimeri. Scrive canzoni (testi e musiche) dagli anni ’70. Incoraggiato da Giorgio Conte, le canta in pubblico dalla fine degli anni ’90, sempre accompagnato al piano da Marco Spiccio.Con quest’ultimo e con Augusto Forin ha dato vita per qualche anno, dal 1998, a Operazione Arcivernice, con l’intento di far rivivere luoghi belli e poco noti per mezzo di “verniciature musicali”. Nel 2009 è finalista al Premio Tenco (sezione Opera Prima) col suo primo cd “ufficiale”, Lo so che non c’entra niente; e nell’ambito del festival “Dallo sciamano allo showman” dedicato alla canzone umoristica d’autore ha ricevuto - ex aequo con la Banda Elastica Pellizza - la Targa intitolata a Bigi Barbieri. Intorno a Boggero si è costituito un gruppo che affianca al pianoforte di Spiccio il contrabbasso di Federico Bagnasco, la batteria di Daviano Rotella e il sax di Paolo Maffi.Le sue canzoni partono dalla descrizione di piccole realtà - ritratti e bozzetti -, per aprirsi a riflessioni interiori e ad aforismi ironici. L’adesione a situazioni e contesti “quotidiani” coinvolge il linguaggio, che nella marcata cadenza genovese riesce colloquiale, anche quando evita il discorso diretto.
Arnesi per fare musica: Scrivo canzoni per riflettere meglio sulla vita· (anche se... “a dirlo son parole”, come asseriva quel tale).Molte mie canzoni nascono dalla ruminazione – non so trovare un'espressione migliore – di materiali verbali raccolti o raccattati e messi via, con la costanza del bricoleur. Una frase colta al volo per strada, ma anche un'epigrafe; il passaggio che ti fa sospendere la lettura del libro, ma anche l'espressione sfuggita a qualcuno che ti sta telefonando. Lo sanno i miei amici: appunto perché amici, sanno cosa potrebbe rischiare di colpirmi o interessarmi, e se capita raccolgono qualcosa per me.Può accadere che la frase ruminata si lasci rileggere come cellula melodica, e che addirittura arrivi a suggerire l'intonazione e il ritmo del futuro pezzo: ma non me la sento di entrare in ulteriori dettagli tecnici, perché sono pur sempre, per usare il lessico SIAE, un “melodista non trascrittore”. Eppure, il fatto di poter passare da Schostachovitch a Van Morrison con la spregiudicata tranquillità dello scimmione musicante può avere di per sé qualche vantaggio: aiuta, mettiamola così, a declinare l'eclettismo senza troppi complessi...Se ho comunicato l'immagine di una sorta di disordine minimalista, non era cosa voluta. L'idea è piuttosto quella di una dolce disciplina, che può farsi esigente nell'esercizio sui generi e sulla metrica, e può comportare tempi lunghissimi nella ricerca del classico tassello mancante. Le “cose minime” sono, spesso, immensamente importanti nel momento in cui ci aiutano a ragionare sulla finitezza e sulla fragilità del “realmente umano”. Mi interessano le persone – le persone, non la gente, come amerebbe precisare il mio amico Marco Spiccio –, la loro fragilità, e quel qualcosa di ineludibilmente forte che emana dalla loro fragilità. Non meno di dieci anni fa, a Genova una mattina d'inverno, un uomo barbuto sul marciapiede di via San Giorgio addentava soddisfatto un panino con la farinata: ho memorizzato il suo sguardo fisso nel vuoto e il leggero tremolìo della mandibola, anche se non è ancora arrivato il momento per scriverci sopra un pezzo.Nel tentativo di suggerire ad un pubblico verosimilmente impreparato il senso vero dell'espressione “canzone d'autore”, avevo titolato un mio concerto Non si butta giù d'un fiato / un bicchiere di Pigato: condizionando la scelta del vino al Ponente ligure, dove il concerto aveva luogo. Un'altra locuzione per definire la produzione di un cantautore potrebbe essere quella delle “caramelle da non rompere coi denti”. Mi piace pensare anche all'eventualità di caramelle multistrato, capaci di un'alternanza di gusti diversi: il disincanto del rabarbaro, la sventatezza dell'anice, l'incanto della menta, l'affettività della fragola ... l'ironia o il sarcasmo, anche violento, e poi una contemplazione quasi distratta, e poi l'improvviso destarsi dell'attenzione, e la capacità di provare simpatia... o viceversa. Un bel flusso emozionale per generare un' intimità collettiva nel setting rituale del concerto: a dirlo manca quasi il fiato.