2020/02/16 - Sono tutti Cantautori?

SONO TUTTI CANTAUTORI? Se chiunque canta le proprie canzoni è un cantautore, allora tutti i politici sono autori di videoclip.

I grandi Maestri di musica, autori sia di testi che di arrangiamenti e talvolta anche cantanti delle loro opere, sanno bene quale sia la storia dei cantautori italiani e bene fanno a guardare da lontano la gara che si è scatenata negli ultimi mesi in cui molti cantanti sembrano volersi far chiamare cantautori per rientrare nella cerchia impropriamente allargata della nobile canzone d’autore.

Con licenza di sintesi, parto dal fatto che è bene sapere che tutti i cantanti e musicisti appartengono inevitabilmente a categorie e generi musicali più o meno definiti e di conseguenza ad epoche altrettanto più o meno definite. Pertanto va da sé che il genere musicale ed il periodo storico costituiscono gli elementi fondamentali per definire una categoria di artisti.

L’Italia di inizio 1900, per rendere la musica fruibile a quante più persone possibili grazie all’avvento della radio, inizia a passare dal genere delle opere e operette a quello della musica leggera alleggerita, per l’appunto, di orchestrazioni e pluralità di voci. In questo contesto musicale trova spazio la sempre più ricca produzione di canzonette, destinate ad un pubblico spesso analfabeta e che trattano argomenti piuttosto semplici. Poi, passati gli anni bui della seconda guerra mondiale durante cui, fra tante altre cose assai più gravi, il fascismo vietò persino il genere musicale jazz, molti italiani si ritrovano a fare i conti con la dura realtà del conflitto perso, della povertà e della speranza di una ricostruzione. Da una parte c’è chi propaganda la ripresa non solo economica del paese e dall’altra c’è chi invece teme e contesta l’illusione del boom economico. Parallelamente, con profondo rispetto per gli autori che sto per citare e che tra loro furono amici, nel mondo della musica c’è chi canta un cielo dipinto di blu e chi invece denuncia su note musicali mille strade grigie come il fumo. Sono gli anni ’60.  Sono gli anni in cui iniziano ad emergere alcuni giovani artisti, cantanti delle proprie canzoni, che cercano di comunicare temi diversi da quelli delle canzonette e che tentano di rendersi autonomi dalle imposizioni delle case discografiche tutelate dalla già esistente SIAE. Tra di loro, spinti a cambiare la cultura musicale attraverso contenuti e metriche nuove e lontane dalle scontate rime spesso presenti nelle canzonette, c’è anche chi si batte per vedere riconosciuta l’ancora inesistente categoria dei cantautori. Diverse sono le lettere che il giovane Luigi Tenco scrive a metà degli anni ’60 alla SIAE per ottenere l’istituzione della categoria dei cantautori e molti sono i suoi colleghi che gli chiedono di essere rappresentati da lui in questa battaglia. Non è un caso che qualche anno dopo la sua scomparsa avvenuta nel 1967, riconoscendo in Luigi Tenco il valore del Cantautore per antonomasia, viene fondato il Club Tenco teso proprio a valorizzare la canzone d’autore in contrapposizione alla vetrina commerciale delle semplici gare canore del Festival della Canzone Italiana di Sanremo.

Sempre con licenza di sintesi, molto importanti sono per Luigi Tenco i confronti con i suoi amici degli anni in cui viveva a Genova da cui poi deriverà la cosiddetta scuola di pensiero genovese oppure con i suoi colleghi della casa discografica romana RCA Italiana da cui nascerà la scuola di pensiero dei cantautori romani. Senza dimenticare, ovviamente, l’importanza dei cantacronache della scuola di pensiero torinese o ancora altre tendenze musicali innovative molto importanti e nate in altre zone d’Italia. Però, tornando al concetto sopra citato del genere musicale abbinato al periodo storico, quando ci si riferisce ai cantautori si deve parlare inequivocabilmente dei cantautori degli anni ’60 e non si deve (s)falsare la storia tentando di sostenere la banale definizione tecnica secondo cui chiunque canti le proprie canzoni è un cantautore. Definizione distorta che però negli ultimi mesi vorrebbe permettere l’inserimento indebito tra i cantautori, per esempio, di alcuni giovani rapper solo perché trattano temi sociali di disagio. Ciò sarebbe falso e sicuramente irrispettoso verso tutti i padri della canzone d’autore.

Ma se così volesse chi si cela dietro questa grave confusione diffusa attraverso i mass-media, allora mi corre l’obbligo morale di spiegare questo pastrocchio attraverso il semplice e comprensibile parallelismo di un altro mondo che ben conosco e cioè quello dei videoclip. La definizione tecnica della parola videoclip corrisponde a filmato breve ma in realtà la sua storia si colloca nella seconda metà del 1981 quando i presentatori di MTV, emittente televisiva interamente dedicata alla video-musica, annunciavano un video o una clip musicale (video-clip). Da qui il termine videoclip assume il significato unico di filmato musicale di breve durata teso a promuovere canzone e cantante. Dunque, senza andare a disturbare i primi cantautori della storia dove la specie umana bipede cantava già i propri sentimenti tamburellando su qualche tronco vuoto, i cantautori sono tutti quanti coloro che cantano le proprie canzoni così come i politici sono autori di videoclip delle loro campagne elettorali oppure vogliamo provare a rispettare un po’ di più la storia lasciando in pace i veri Cantautori!?!

di Michele Piacentini